La Palma giusta in un festival di grandi film



CANNES - Una grande edizione di Cannes si è chiusa con il Palma d'Oro al capolavoro di Terrence Malick, The Tree of Life. Come previsto, l'ascetico regista texano non si è presentato a ritirarlo. Nessun premio per i nostri Moretti e Sorrentino, ma non è il caso di farne un dramma. E non soltanto perché la selezione era di livello eccezionale.

In concorso c'erano film bellissimi, quelli di Ceylan e dei fratelli Dardenne, cui è andato il gran premio della giuria, ma anche quello di Kaurismaki, Almodovar e altri.
L'anno scorso, per dire, la Palma era andata al thailandese Apitchatpong Weerasethkul, che certo tutti conoscerete. Miglior attrice Kirsten Dunst, ex fidanzata sexy di Spider-Man, davvero brava nel dare un senso a Melancholia del delirante Lars von Trier. Miglior attore il francese Jean Dujardin, protagonista di una perfomance unica nel film muto The artist di Hazanavicius, preferito a Michel Piccoli di Habemus papam e al truccatissimo Sean Penn di This must be the place.

Il cinema italiano esce senza premi, ma con un'immagine straordinaria dal festival. Un'immagine che è l'esatto opposto di quella offerta dal Paese all'opinione pubblica internazionale. Da anni l'Italia ufficiale riempie le pagine della stampa mondiale con la volgarità, il provincialismo, la decrepitezza della classe dirigente, l'incapacità di rinnovarsi, la chiusura ai giovani. Con i film di Sorrentino e Moretti, i più applauditi dal pubblico, il piccolo gioiello della giovanissima Alice Rohrwacher, Corpo celeste, che ha sfiorato il premio della Quinzaine, il cinema italiano si è rivelato il più innovativo del festival, capace di creare storie originali e potenti, non necessariamente legate alle beghe di casa, in grado di conquistare il pubblico in giro per il mondo. Una conferma di una rinascita che è partita proprio da Cannes, con i premi a Gomorra e Il divo, complice la pugnace presenza in giura di Sergio Castellitto. Ma il riconoscimento del pubblico vale almeno quanto quello delle giurie dei festival, che spesso seguono logiche bizzarre.

A proposito, pare che la giuria di Cannes abbia discusso a lungo prima di capire che L'albero della vita era l'unico capolavoro presente. Decisiva è stata la scelta del presidente, per fortuna Robert De Niro. Continua invece e andrà avanti chissà per quanto il dibattito della critica, divisa fra entusiasti e stroncatori al limite dell'insulto. Fra i secondi, molti ideologi dell'ateismo, che trovano intollerabile e reazionaria la fede mistica di Malick. Ed è un po' avvilente stare a discutere ancora nel 2011 se un cattolico può amare Bunuel e un ateo può adorare Bresson, se a un sincero è consentito ammirare il filonazista Cèline o se è giusto separare le parole di Lars von Trier dal suo cinema, magari per decidere che non piacciono entrambi. A parte questo, se c'è uno che può convincere un non credente dell'esistenza di Dio, nel mio caso vorrei che fosse Terrence Malick.

Poco da aggiungere anche sugli altri premi. Il gran premio della giuria va ex aequo a uno dei più bei film dei fratelli Dardenne, Le gamin au vèlo (Il ragazzo con la biciletta) e all'incanto poetico di C'era una volta in Anatolia del grande regista turco Ceylan.
La regia premia un trentenne di gran talento, il danese Nicolas Winding Refn di Drive. Il miglior attore, dopo altre mille discussioni, è andato al protagonista del film muto e in bianco e nero The artist, Dujardin, strepitoso sempre e indimenticabile in una scena del film, dove il protagonista, divo del muto, precipita in un incubo di rumori. Un altro premio, fra i più meritati, era già andato alla sua formidabile spalla, il cane Uggy, vincitore del Dog Palm. La Dunst di Melancholia, splendida nonostante il film, ha battuto contro il pronostico la favorita Tilda Swinton di Kevin. Il premio minore della giuria è andato a Polisse della francese Maiwenn Le Besco (nel cast anche Scamarcio), si spera dopo un'estrazione con i bussolotti, vista l'assoluta mediocrità del film, fra i meno interessanti in concorso.